Sequestro Moro, oggi sono 40 anni

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Fu rapito il 16 marzo 1978, il sequestro avvenne fra le 9 e tre minuti e le 9 e 5 minuti, dopo 93 colpi d’armi da fuoco.

Il Caso Moro, ovvero il sequestro e l’uccisione dopo 55 giorni di prigionia del presidente della Democrazia Cristiana operato nel 1978 dal gruppo terrorista delle Brigate Rosse, è da allora una ferita aperta nella politica della Penisola.

Quel giorno di quarant’anni fa in via Fani a Roma un commando di brigatisti aprì il fuoco uccidendo i cinque componenti della scorta del presidente: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera. In poco meno di una manciata di minuti di spari le Brigate Rosse presero il presidente Moro e si dileguarono facendo perdere le loro tracce.

Il 9 maggio, al termine della prigionia, durante la quale i brigatisti condussero quello che definirono un “processo del popolo”, Aldo Moro fu ucciso e il suo cadavere abbandonato a bordo di una Renault 4 rossa ritrovata il giorno stesso in via Caetani, nel pieno centro di Roma.

Quella del caso Moro è una vicenda fitta di misteri che ebbe conseguenze importanti su diversi piani ma soprattutto su quello politico. In particolare l’azione terrorista si inserì, di fatto ponendovi fine, all’ interno del “compromesso storico”, una strategia politica di avvicinamento tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Italiana, ovvero del PCI alle istituzioni dello stato.

Aldo Moro fu presidente del Consiglio dei governi di centrosinistra e con la sua attività politica favorì l’avvicinamento del Pci che si astenne in Parlamento nel 1976 e ‘77, sostenendo di fatto il Governo Andreotti, e partecipò all’ esperienza dei governi di solidarietà nazionale nel 1978 e nel ‘79. L’omicidio Moro contribuì fortemente al fallimento di questa stagione politica.

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