L’Europa acceleri sull’unione dei mercati dei capitali

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L’Europa acceleri sull’unione dei mercati dei capitali

“Nel mio precedente contributo su questa testata del 13 marzo, commentavo come il cosiddetto Ddl Capitali, approvato in via definitiva al Senato il 27 febbraio scorso, cerca di realizzare quanto sostengo da tempo: l’importanza per il nostro Paese di far crescere il proprio mercato dei capitali e favorire l’accesso e la permanenza delle imprese nell’ambito dei mercati finanziari”. Scrive Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..

“Non meno rilevante è un altro tema- continua- che riguarda l’Europa (e quindi l’Italia): l’Unione dei mercati dei capitali. È quindi una buona notizia che, dopo le ultime prese di posizione della Bce a favore della Cmu (Capital Markets Union), l’Eurogruppo, l’organo informale dei ministri degli Stati membri della zona euro, allargato per l’occasione a tutti i 27 Stati membri, abbia riproposto di accelerare su tale questione. Che questo sia un passaggio strategico lo dimostra il fatto che del risultato della riunione sono stati informati i team di Enrico Letta (ex presidente del Consiglio) e di Mario Draghi (ex presidente del Consiglio e della Bce), che per Bruxelles stanno rispettivamente preparando i rapporti sul mercato unico e sulla competitività”.

“L’Europa ha due grandi sfide da affrontare- scrive ancora Livolsi- la prima sono i 480 miliardi di euro all’anno da spendere dal 2021 al 2030 per gli investimenti addizionali necessari per fare dell’Unione l’area più competitiva del pianeta a emissioni C02 nette; la seconda è quella di avere un mercato interno meno segmentato e una maggiore integrazione del mercato dei capitali. Come è anche nel caso degli italiani, i cittadini europei hanno una grande quantità di risparmio che potrebbe e dovrebbe essere destinato alle aziende europee, ingessate da problemi di equity rispetto alle loro concorrenti oltreoceano. Investire nelle imprese significa creare posti di lavoro, sviluppo e crescita. Gli americani utilizzano i loro risparmi in modo diverso, contribuendo al valore delle loro aziende e al miglioramento dell’economia. Si pensi anche a quante start-up abbiano difficoltà a trovare capitale di crescita e sono spinte a dirigersi verso gli Usa. Non si tratta solo del valore dimensionale del risparmio – il mercato finanziario americano vale circa il 220% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, mentre il mercato finanziario europeo vale appena l’80% del prodotto interno lordo europeo – ma dell’esigenza di un cambio di paradigma e di mentalità, che deve riguardare gli europei e la loro classe politica”.

“È fondamentale, a mio parere, che l’opportunità della Cmu sia sfruttata e affrontata congiuntamente ad altri due temi, che sono anche delle opportunità: il primo è l’approntamento di un asset-benchmark sicuro, come quello rappresentato dai titoli di Stato nel contesto Usa, che consentirebbe una migliore valutazione dei prodotti rischiosi e rappresenterebbe una sorta di garanzia per gli investitori; il secondo è un politica fiscale comune permanente, che possa aumentare le entrare e prendere in prestito denaro dai mercati finanziari – anche se quest’ultimo è un argomento difficile da accogliere per Paesi come la Germania, che beneficiano di costi di finanziamenti inferiori rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Ue. Tuttavia, senza questi due cambiamenti, la Cmu incontrerebbe difficoltà ad esprimere tutte le sue potenzialità” conclude Livolsi.

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