Le aziende cercano il know how dei consulenti. Nonostante la crisi

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Le evidenze di uno studio di Enter Bocconi ed Ernst & Young sul contributo della consulenza nei settori media e intrattenimento, telecomunicazioni e trasporti. La crisi degli ultimi anni ha avuto effetti sul ricorso al mondo della consulenza da parte delle aziende dell’informazione e intrattenimento, delle telecomunicazioni e dei trasporti, ma il rapporto non è venuto meno, segno che, al di là della turbolenza economica, la collaborazione è percepita dalle aziende come importante. Se da un lato, infatti, il taglio dei costi da parte delle imprese ha provocato la diminuzione del ricorso alla consulenza di direzione (es. consulenza all’organizzazione o alla pianificazione strategica), facendo sì che, nel 2009, solo il 20% circa di aziende destinassero budget a questo tipo di servizio, dall’altro, è aumentata ad esempio la richiesta di supporto da parte di consulenti legali e informatici. Lo sottolinea “Uscire dalla crisi, reinventando il business”, una ricerca presentata oggi in Bocconi e realizzata da Ferdinando Pennarola e Olga! Annushkina del Centro di ricerca Enter della Bocconi, in collaborazione con Ernst & Young, che ha analizzato come sono cambiati i rapporti tra imprese e consulenza tra il 2005 e il 2009.

Lo studio è stato condotto su 301 delle 3.918 aziende che appartengono ai settori media/entertainment, telecomunicazioni e trasporti. Dalla ricerca emerge come le aziende che si sono rivolte a consulenti di direzione si siano ridotte di circa la metà nel 2009: rispetto al 2005, i media che li hanno utilizzati sono scesi dal 47,8% al 24,4%, mentre nel settore dei trasporti si è passati dal 49,4% al 21,4% e in quello delle telecomunicazioni dal 31,6% al 12,6%. È cresciuta invece la quota destinata alla consulenza informatica o legale e tributaria. Il ricorso a quest’ultima, in particolare, è salito di diversi punti percentuali tra le aziende dei tre settori: vi si è rivolto l’86,2% delle imprese nel media/entertainment (rispetto al 73,6% del 2005), l’84,6% di quelle nelle telecomunicazioni (erano il 66,4%) e l’88,8% di quelle dei trasporti (77,8%). “La crisi ha effettivamente contribuito a ridisegnare! i confini del rapporto consulenti – aziende clienti”, spiega Pennarola. “Molto di ciò che è percepito come ‘superfluo’ è stato tagliato e ne è testimone la riduzione delle spese di consulenza di direzione. Si sono invece conservati i rapporti con i servizi professionali più tecnici, ove l’azienda-cliente denota di aver operato una scelta di outsourcing di queste professionalità, preferendo quelle del mercato a quelle interne, purché le prime garantiscano una elevata qualità del know how apportato”.

L’analisi dei criteri per la selezione dei consulenti e delle motivazioni che spingono le aziende a richiedere i loro servizi mostra inoltre come le imprese puntino sull’alto valore aggiunto che la consulenza può portare, “a testimonianza che i consulenti stanno diventando partner importanti per uscire dalla crisi”, aggiunge Pennarola. Sul fronte della selezione, l’indagine sottolinea il peso dato dalle imprese all’esperienza del team di consulenza e alla qualità della proposta di collaborazione ricevuta, pur con differenza tra i settori e tra i tipi di consulenza. Nel rapporto con le società di revisione, ad esempio, è ritenuto più importante il brand della società, mentre nella consulenza legale contano soprattutto la presenza di un rapporto duraturo con l’azienda e di relazioni personali col top management. Sul secondo fronte, quello delle motivazioni all’acquisto dei servizi, e! merge ovunque la necessità da parte delle aziende di confrontarsi con esperti del settore, salvo nei confronti delle società di revisione, dove il motivo del coinvolgimento è dovuto principalmente agli obblighi di legge.

Anche sul versante dell’analisi delle modalità di retribuzione dell’attività di consulenza lo studio condotto dall’Enter sottolinea il generale obiettivo di contenimento dei costi che in questi anni è stato perseguito dalle imprese dei tre settori: tutte, infatti, continuano a preferire una retribuzione ‘a corpo’ piuttosto che ‘a cottimo’ dell’attività di consulenza.

“Le aziende stanno adottando un approccio diverso nell'acquisizione di servizi professionali”, commenta Donato Iacovone, Managing Partner Ernst & Young Italia. “L'interesse si concentra su consulenze mirate e concrete che prospettino dei risultati misurabili nel breve medio termine. Ecco perché anche il fee si preferisce ‘a corpo’ invece che ‘a cottimo’. Oggi ancor più che in passato le aziende si aspettano un valore aggiunto dalle società di consulenza, delle competenze specifiche, una profonda conoscenza del settore e una capacità di aiutarle nell'innovare. In breve,
il consulente è colui che trovandosi a contatto con più realtà deve fungere da stimolo per l'azienda e aiutarla a reinventare il business, riprendendo il titolo della nostra ricerca. Deve quindi essere in grado di assisterle nella rivisitazione del modello di business accompagnandole in quella che è una vera e propria rivoluzione e trasformazione dell'azienda con impatti profondi che porteranno alla definizione di nuovi modelli di business. È un percorso complesso e articolato che esplora nuove soluzioni: per questo la competenza del consulente è sempre più strategica e finisce per diventare uno dei fattori che favoriscono l'innovazione e un catalizzatore del cambiamento”.

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