Non solo Cina: Corea del Sud

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La Corea del Sud, stretta – non solo geograficamente – tra la Cina ed il Giappone, è una delle realtà più interessanti del Far East, ma, nonostante ciò, non rientra tra i Paesi target preferiti dagli investitori italiani.
Ciò dipende essenzialmente da un'inadeguata conoscenza delle enormi potenzialità che possiede questo Paese con circa 48 milioni di abitanti e con rischio OCSE pari a “zero”.Quarta potenza economica dell'Asia (dopo Giappone, Cina ed India), nel 2010 la Corea è diventata il sesto produttore mondiale scavalcando proprio l'Italia nel ranking mondiale. L’elevato grado di sviluppo tecnologico ed una rete infrastrutturale molto efficiente hanno contribuito a rendere la Corea il quattordicesimo Paese al mondo per potere di acquisto nonché l’undicesima economia mondiale.
La crisi economico-finanziaria che ha colpito l'Asia nel 2007 ha segnato una svolta nella storia della Corea che, da allora, ha incrementato l'internazionalizzazione e si è costantemente impegnata per promuovere il Paese nell'ambito culturale, tecnologico ed economico, operando su diversi piani.
In primo luogo il governo coreano ha attuato un processo di liberalizzazione degli investimenti esteri che oggi sono permessi nel 98% dei settori economici (con la sola esclusione di media e telecomunicazioni che restano appannaggio esclusivo delle società coreane).
I veicoli per investire in Corea sono essenzialmente tre: liason office (ufficio di rappresentanza), che può svolgere solo attività non profit (e per tale ragione non è soggetto a tassazione), branch e subsidiary. Quest'ultima dà vita ad una società di diritto coreano anche nel caso in cui il capitale sociale sia interamente in mano estera.
In base al Korean Commerce Code (KCC) la subsidiary costituita in Corea può assumere una delle seguenti forme: società per azioni (chusik hoesa, CH) o società a responsabilità limitata (yuhan hoesa, YH).
La YH è una forma societaria più semplice rispetto alla CH perché non esige la presenza di organi interni di controllo ed è disciplinata essenzialmente dallo Statuto. La CH, maggiormente diffusa in quanto collegata a forme di business più strutturato, è regolata dal Korean Commerce Code che detta i seguenti principi.
La CH è composta dall'assemblea degli azionisti, dal consiglio di amministrazione, dall'amministratore delegato e dallo statutory auditori (che può essere sostituito da un comitato composto da almeno tre amministratori).
L'assemblea degli azionisti è l'organo principe, che stabilisce la politica della società; essa è integrata dal consiglio di amministrazione che decide sulle materie non rimesse all'assemblea mentre l'amministratore delegato svolge solo funzioni meramente esecutive.

Fino a qualche anno fa un'area che presentava forti criticità per gli investitori stranieri era rappresentata dal basso livello di trasparenza del sistema fiscale coreano: il sospetto che le politiche fiscali fossero condizionate da uno spiccato nazionalismo, a danno della presenza straniera, aveva fortemente disincentivato gli investitori esteri che nel 2007 avevano abbandonato la Corea. Dal 2010, grazie al new deal adottato dal Governo di Seoul verso i capitali esteri, le principali società straniere (Microsoft, Morgan Stanley…) sono tornate ad investire in Corea ed hanno concluso importanti accordi di collaborazione con primarie realtà imprenditoriali locali (come Hyundai o Posco).

Sul fronte del mercato interno l'economia coreana si basa in modo quasi esclusivo sulle grandi multinazionali che anche durante la recente crisi finanziaria hanno continuato a registrare tassi di crescita a due cifre unita ad un costante incremento dell'export. Ad esempio il gruppo Samsung, da solo, rappresenta un quarto del fatturato delle imprese coreane: i cinque maggiori conglomerati (chaebol, in coreano), cioè Samsung, Hyundai, SK, LG e Lotte producono un fatturato che rappresenta il 60,9% del totale, con un sensibile aumento rispetto al 2007 (quando l'incidenza era limitata al 35%).
Nel quadro sopra descritto gli spazi per le piccole e medie imprese locali sono angusti e per tale ragione il Governo ha stanziato negli ultimi anni finanziamenti alle PMI e sussidi alle famiglie di fascia di reddito più bassa, impiegando nel 2010 il 5% del PIL per tali obiettivi (contro una media del 2% dei Paesi G20).
L'edilizia e la cantieristica rappresentano storicamente i due settori trainanti dell'economia coreana: per quanto concerne l'edilizia privata, che rappresenta il 18% del PIL, le difficoltà causate dalla crisi del 2008 sono state superate grazie all'intervento governativo che ha stanziato oltre 9 miliardi di dollari americani per acquistare le proprietà delle imprese edili coreane più deboli.
La cantieristica navale rappresenta un'eccellenza del made in Corea che dal 2003 è stato per molti anni consecutivi il primo produttore al Mondo di navi. Tra i primi dieci costruttori mondiali, sette sono coreani (da cui proviene circa il 30% della produzione mondiale): la cantieristica coreana è quasi interamente (95%) destinata all'esportazione, soprattutto nei settori delle navi portacontainer e delle petroliere. La crisi degli scorsi anni ha gravemente colpito l'industria coreana, che da un lato ha subito gli effetti negativi del vertiginoso aumento dei noli (che ha condotto molti armatori a rinunziare alla caparra pur di non dover comprare una nave troppo costosa) e dall'altro ha risentito della concorrenza cinese, trasformatasi da mero assemblatore a vero e proprio sviluppatore.
Nel 2011 i produttori coreani sono tornati ad occupare la prima posizione del ranking mondiale, aggiudicandosi il 52% delle commesse mondiali, facendo registrare una crescita del 29% rispetto allo stesso periodo del 2011.
Per quanto riguarda il commercio con l'estero, negli ultimi anni lo scenario è profondamente cambiato: molte tariffe che ostacolavano il commercio estero sono state abolite o ridotte e da quando la Corea del Sud è entrata a far parte del WTO, il governo locale ha sostenuto sforzi per migliorare la situazione interna e per favorire il commercio con gli altri Paesi.
Il 1° luglio 2011, dopo due anni di negoziati, è formalmente entrato in vigore l’Accordo di libero scambio con l'Unione Europea. I settori più "sensibili" dell'economia coreana (le trasmissioni televisive e radiofoniche, il riso e l'aglio…) non sono stati discussi nel FTA con la UE. Esso prevede l’abolizione dei dazi su circa il 95% dei prodotti scambiati, e ciò al più tardi entro cinque anni (es. settore tessile tre anni), ma i dazi sul 70% delle linee tariffarie sono già stati aboliti dal 1 luglio scorso.
Secondo gli analisti, l’accordo di libero scambio con la UE può accrescere le esportazioni coreane del 36% e quelle europee del 43% con un valore complessivo dell'interscambio pari a 30 miliardi di euro. Punti cardine dell'accordo sono l'eliminazione delle ispezioni qualitative sui farmaci di importazione, maggior tutela dei diritti di proprietà intellettuale ed acceso al mercato dei servizi.

I settori italiani maggiormente beneficiati saranno: macchinari, chimica, agroalimentare e bevande, apparecchiature mediche.
Oggi la Corea è un Paese che presenta margini di sviluppo molto ampi e si propone da un lato come l'ideale trait d'union tra la Cina (ancora comunque legata alle attività labour intensive) ed il Giappone, caratterizzato da un mercato maturo e simile a quelli Occidentali, e dall’altro come mercato per l’esportazione/lavorazione di prodotti italiani di alta gamma e/o tecnologicamente molto avanzati nonché per il loro commercio nel Far East vista l’efficientissima rete dei trasporti coreani.

Avv. Giampaolo Naronte

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