Albano Morandi, immagini rubate a memoria

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Prendendo a prestito una categoria di Nicolas Bourriaud, le opere per così dire “dialoganti”, di Albano Morandi potrebbero essere definite di “postproduzione”, in quanto si confrontano con lavori preesistenti o con immagini di opere del passato. In realtà il confronto è complicato da rapporti personali e da storie vissute, dalla memoria, appunto, che è un aspetto costante del suo lavoro. Contraddicendo l’avvertimento di Valdimir Nabokov che nel suo piccolo romanzo Cose trasparenti avvertiva i suoi lettori dal lasciarsi sprofondare nella storia degli oggetti che possono far cadere chi vi si incombe nella sua storia, l’artista non solo ambisce proprio a cadere nella trappola degli oggetti, ma si fa portatore lui stesso con i suoi materiali spesso recuperati di ulteriori storie e memorie. Le sue opere infatti sono caratterizzate da una sedimentazione di carte, tessuti e colore che coprono la superficie della tela e degli oggetti, conferendo loro un aspetto nuovo, significati che sembrano affiorare sotto l’effetto di una patina di memoria. Per raggiungere questo risultato egli utilizza tessuti recuperati da vecchi rivestimenti di materassi, strisce di nastro adesivo, frammenti di fiori esiccati.
Anche in questi nuovi lavori l’intervento di Albano Morandi è per sovrapposizione in quanto trasferisce sulla creatività altrui una superficie sottile di vissuto e di esperienziale. La composizione monocroma e rigorosa del dipinto di Tomas Rajlich, un artista ascrivibile all’ambito della pittura analitica, viene accostata a una superficie ricoperta con un tessuto da materasso, tutt’altro che freddo e rigoroso. La coltre del tempo che sembra essersi depositata sul tessuto dialoga quindi con l’apparente assenza di tempo della composizione di Rajlich.
In forma di dittico è anche il confronto con Vincenzo Cecchini: alla pittura–traccia nella parte sinistra del quadro, Albano accosta una composizione con tessuto sul quale sembra visualizzarsi la stessa forma-traccia presente nell’opera di Cecchini. Il dialogo è serrato e perfettamente integrato, dall’accostamento delle due opere è nata una sola opera che supera entrambe. Questo risultato si raggiunge anche nel confronto con Lucio Pozzi, la cui pittura estremamente vivace nei colori e costruita con strutture geometriche aperte ha invitato Albano ad aprirsi al cerchio, creando una griglia serrata all’interno di una forma che potrebbe continuare a espandersi all’infinito. Ciò che si rivela nell’opera è una sorta di mistero, che non ha una forma, ma è pura apparizione. Con Renato Ranaldi, infine, il confronto assume un valore più concettuale: lasciando l’iniziativa all’artista fiorentino il dipinto di Albano Morandi entra a far parte della sua poetica di “bilico”. Collegato alla tela grezza da un filo d’ottone il piccolo dipinto, in apparente posizione precaria, si presenta come un prolungamento nello spazio: una dimensione fisica, ma allo stesso tempo mentale perché allude alla costruzione di un pensiero più “allargato”, nato, appunto dal confronto tra due individui, due personalità artistiche, due mondi fino a un momento prima del gesto artistico paralleli. In tale opera, come in tutte quelle presenti nella mostra la poetica che sottende l’operazione artistica nasce dallo slittamento del significato originario di un’opera/oggetto finito. Il limite tra il pensiero di un artista e quello dell’altro nel confronto serrato si perde dando luogo a un significato ulteriore, un prolungamento, appunto della condizione originaria dell’opera.
Molte opere di Albano Morandi sono pensate per installare il dubbio, far emergere ciò che normalmente non si vede: forme indefinite tra il geometrico e l’organico, colori tenui che sussurrano, tonalità prevalentemente calde, aiutano ad alludere, suggerire, far intravedere. Accanto alle opere che dialogano con altri artisti, egli espone anche lavori che dialogano con se stesso, con opere precedenti o con forme desunte da altri lavori. Si scopre quindi che il dialogo in questa mostra non è solo con l’opera d’arte degli amici artisti, ma con la sottile emozione prelevata dalla memoria inconscia di oggetti e forme già vissute.
( dal testo di Elena Di Raddo)

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