Inizia il processo alla giornalista Silvia Mari titolare dell’inchiesta ‘mamme coraggio’

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Si celebra venerdi 15 dicembre alle 11 a piazzale Clodio, a Roma, la prima udienza del procedimento penale con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa

Domani 15 dicembre a Roma, la prima udienza del procedimento penale con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa a carico della giornalista Silvia Mari, titolare dell’inchiesta ‘mamme coraggio’ promossa dall’agenzia di stampa Dire e dedicata al fenomeno dell’alienazione parentale nei tribunali e ai prelevamenti forzosi dei minori strappati alle mamme anche in virtù di perizie che evocano l’alienazione parentale.

Il lavoro d’inchiesta che la Dire sta portando avanti da anni ha messo sotto la lente le consulenze tecniche d’ufficio, la loro efficacia determinante nei procedimenti giudiziari che unitamente all’influenza del ruolo dei servizi sociali nell’ambito della giustizia minorile, ha portato a un’erosione del potere del giudice civile e a un mancato ascolto della voce dei fanciulli. Un sistema che genererebbe un meccanismo di violenza istituzionale, questa la denuncia portata all’attenzione dell’opinione pubblica, che diventerebbe una rivittimizzazione di fatto delle donne che denunciano violenza su se stesse e sui loro figli e che vengono spesso dipinte come madri ostative in nome di queste stesse denunce proprio nelle perizie che sono diventate oggetto di analisi in questa inchiesta, portando a una psicologizzazione del processo.

“Il caso specifico per il quale la cronista è stata rinviata a giudizio è legato alla pubblicazione di un articolo che ha ricostruito la vicenda di mamma Ginevra Amerighi, che ha raccontato la sua storia, già nota alle cronache da anni, e nella passata legislatura divenuta oggetto di indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Femminicidio che ha audito la Dire su questo e su casi analoghi come ‘caso’ tipico di una madre condannata in perizia alla quale fu tolta la bambina a soli 18 mesi senza rivederla mai più. La signora Amerighi – precisa la difesa della giornalista, l’avvocato Francesco Antonio Romito – oggi tornata ad esercitare la propria responsabilità genitoriale, ha rappresentato un caso ‘di scuola’ di queste tragiche vicende.

Nei giorni del femminicidio di Giulia Cecchettin è fondamentale tenere alta l’attenzione sul fenomeno strutturale della violenza e rafforzare la tutela delle donne che trovano il coraggio di denunciare. La stampa svolge per sua natura e per sua tutela costituzionale un naturale ruolo di denuncia e di sollecitazione che non può essere inibito e censurato e auspichiamo che questa inchiesta, che ha gettato una luce sul fenomeno dell’alienazione parentale, ora sconfessata in ogni sede istituzionale, possa andare avanti nella serenità e tutela che si deve a un diritto costituzionale garantito non solo ai giornalisti, ma a tutti i cittadini e all’opinione pubblica che ha il diritto di essere informata”.

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