Anf: nella riforma della Giustizia scelte miopi che non hanno risolto i problemi

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Il segretario generale Di Marco all’inaugurazione dell’anno giudiziario:
“I disservizi quotidiani determinano una grave compromissione del diritto di accesso alla Giustizia”

Tempi dei processi ancora troppo lunghi, arretrato dei tribunali che non solo non si riesce a smaltire, ma che in molti casi aumenta, uffici sempre più in affanno: risultati frutto di “scelte miopi” che hanno causato “gravi problemi”. Sono questi i punti dolenti della giustizia messi in evidenza dall’Associazione Nazionale Forense in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte suprema di Cassazione.

Per Di Marco il bilancio delle riforme entrate in vigore nel 2023 “vede molteplici chiaroscuri”. Del resto, già nell’anno passato, “l’Associazione Nazionale Forense aveva evidenziato come fosse stata sbagliata la scelta di un intervento riformatore che si incentrava ossessivamente sul rito e sulle regole processuali, mentre sarebbe stato necessario intervenire sulle risorse del sistema giustizia, sugli organici e sull’organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari, oltre che sull’inserimento di maggiori competenze manageriali negli uffici”, sottolinea Di Marco.

Insomma, “a distanza di mesi dall’entrata in vigore delle varie riforme, crediamo che si possa dire che il piano riformatore non sta andando secondo le attese. Le molte riforme che hanno interessato contemporaneamente il processo civile, il processo penale e l’organizzazione giudiziaria, non solo non stanno dando i risultati sperati in termini di riduzione dell’arretrato, ma stanno anche provocando ulteriori rallentamenti e disservizi”.

L’Italia, ricorda Di Marco, “si era impegnata, con il P.N.R.R. a ridurre, entro giugno 2026, del 40% i tempi di trattazione dei procedimenti civili, del 25% quelli dei procedimenti penali e del 90% il numero delle cause pendenti presso i tribunali e le corti d’appello civili. Le statistiche mostrano invece, in modo impietoso, come le riforme non stiano portando ad un miglioramento delle performance e abbiano anzi causato una diminuzione della capacità di aggressione dell’arretrato rispetto al triennio 2017-2019, al punto che in oltre un terzo dei Tribunali italiani l’arretrato è addirittura aumentato”. I numeri di queste statistiche, “nella realtà concreta degli operatori del settore e dei cittadini si trasformano in gravi disservizi quotidiani e in un’ulteriore compromissione del diritto di accesso alla Giustizia” con l’evidente pericolo che i cittadini si rassegnino a non considerare la giustizia come uno strumento cui ricorrere per la risoluzione dei loro problemi.

Di Marco si sofferma, poi, sulla situazione degli uffici del Giudice di Pace civile, “che hanno visto dall’oggi al domani un ampliamento del proprio ambito di competenza, un mutamento del rito applicabile e l’introduzione del processo civile telematico, senza un corrispondente aumento degli organici, con la conseguenza inevitabile di una serie di gravi disservizi. Anche nei Tribunali e nelle Corti d’Appello i tempi medi di definizione delle cause non sono migliorati secondo le attese e continuano ad essere intollerabilmente elevati e di molto superiori alle medie europee”.

Secondo quanto era stato annunciato al momento del varo del P.N.R.R., la riduzione dell’arretrato sarebbe dovuta avvenire, in buona parte, grazie agli investimenti in risorse umane e in particolare grazie all’istituzione dell’Ufficio per il processo. “Ma anche questa esperienza- constata Di Marco- non ha portato ai risultati sperati. L’idea di cercare di porre rimedio alle disfunzioni della Giustizia intervenendo sulla organizzazione degli uffici e introducendo un nuovo modello organizzativo, basato sul lavoro di equipe, era in sé condivisibile. Tuttavia molte voci si erano levate per avvertire quanto fosse illogico pensare all’ipotesi di una profonda riorganizzazione del sistema Giustizia fondata su assunzioni a tempo determinato della durata di circa tre anni”.

“Purtroppo- aggiunge il segretario A.N.F.- l’Ufficio del processo italiano è una struttura sostanzialmente ‘a scadenza’, dato che la grande maggioranza dell’organico assegnatogli è temporaneo. Ciò comporta che gli uffici giudiziari stanno investendo nella formazione degli addetti e nella ristrutturazione della loro organizzazione interna, ma poi, nel giro di pochi anni, vedranno andare via i funzionari formati, vedendosi quindi costretti a riconvertire il modello organizzativo per tornare a quello precedente. Il mancato beneficio nello smaltimento dell’arretrato nasce anche dalla miopia di queste scelte”. Si assiste, come A.N.F aveva già evidenziato, ad un appesantimento del processo invece che una sua velocizzazione. “La nostra voce, assieme a molte altre voci che si sono levate dal mondo dell’avvocatura, della magistratura e da quello degli studiosi del processo civile, è rimasta inascoltata. Giunti a questo snodo, è tempo di aprire un ampio confronto fra la politica e tutti gli operatori della Giustizia, per porre mano ad una serie di interventi correttivi che possano tentare di porre rimedio ai gravi problemi cui assistiamo quotidianamente”, conclude Di Marco
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